Ristrutturazione degli edifici storici dei centri città e del patrimonio rurale
Restoration of historic buildings in city centers and of rural estates

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La strada nel bosco di faggi

Tra la stazione sciistica del Cimoncino e il lago della Ninfa, al confine tra Fanano e Sestola, si snoda una stradina carrabile lunga 2 Km all’interno di un bosco di faggi; su di essa gravitano solo il borgo della Serra e il borgo del Fusano.
Passeggiando sulla strada o sulla mulattiera della Serra, che con il suo percorso rettilineo interseca più volte la strada stessa, si possono apprezzare le trasparenze tremule create dai tronchi, dai rami e dalle foglie dei faggi che lasciano filtrare la luce frantumata del sole; sotto queste alte chiome sorrette da tronchi come colonne, si forma un tappeto soffice di foglie secche che consente la crescita di molte specie di funghi mangerecci (porcini, galletti, finferle, russule, ecc..) nei periodi estivi e autunnali.

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Il faggio ha le foglie ovato–ellittiche di 5-11 cm che da giovani sono tomentose lungo le nervature e nel margine, come se fossero ciglia. Le gemme sono sottili e appuntite e non addossate al ramo. I fiori monoici compaiono insieme alle foglie e dai fiori femminili si sviluppano le “faggiole”(acheni) protette da quattro valve coriacee e un po’ aculeate; in tempi più antichi i frutti dei faggi venivano mangiati da uomini e animali e così dal verbo greco mangiare è derivato il nome del genere “fagus” con la specificazione “silvatica” perché cresce spontaneo.

Ancora oggi questi frutti rimangono un buon alimento per gli animali selvatici.

Anche per questo il faggio del bosco del parco d’Abruzzo, che vedete nel video allegato è cosi frequentato da lupi, volpi, caprioli e persino dagli orsi.

Il faggio forma spesso boschi “puri” (faggete) e solo saltuariamente si associa agli aceri, frassini, ciliegi selvatici, saliconi e sorbi e le faggete costituiscono un elemento molto esteso del nostro Appennino, una componente fondamentale del paesaggio delle nostre montagne tra i 900 e i 1700 metri di altitudine.

Di rilevante importanza selvicolturale le faggete possono essere tagliate piuttosto frequentemente (ogni trent’anni circa), lasciando poi crescere i polloni dalle ceppaie dando così vita al bosco ceduo.
Il legno di faggio può essere lavorato in falegnameria per fare mobili, pavimenti, sedie (le famose sedie Thonet sono in faggio piegato a caldo) ma è anche un ottimo combustibile per camini e stufe a legna che si abbinano a moderni impianti di riscaldamento delle abitazioni; dall’800 sino al 1945 i tronchi di faggio erano “cotti” lentamente nelle carbonaie per formare carbone da vendere in città. Nelle faggete dell’Appennino modenese si trovano, ancora oggi frequenti, le piazzole di circa 15- 20 metri di diametro, dove si costruivano i cumuli di legna da cuocere lentamente delle carbonaie, poi a valle si portava solo il carbone a dorso di mulo .
Il faggio quando cresce isolato assume un portamento maestoso, arriva sino all’altezza di 40 metri , è piuttosto longevo, anche sino a 500 anni come abbiamo potuto constatare in tronchi di faggio morto per le bruciature da fuoco di turisti imprudenti e incivili. Ma può rimanere un alberello nelle alte quote più fredde intorno ai 1800 metri oppure come bonsai ornamentale nei giardini.
Le splendide varietà di colori che il faggio presenta in autunno ci consentono di considerarlo come uno degli alberi più belli del nostro Appennino. Anche nelle altre stagioni si distingue nettamente: verde chiaro in primavera, verde intenso e compatto in estate, bianco-grigio chiaro in inverno.

(Foto di Pietro Bassetto e M. Cristina Barbieri - montaggio Marco Cioni)

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